La prima settimana nel nuovo lavoro fila liscia. I colleghi sono gentili, le slide dell'onboarding sono in inglese, qualcuno ti mostra dove si prende il caffè buono. Poi arriva il giovedì: quattro persone in piedi vicino alla finestra, la conversazione scivola nella lingua del posto, qualcuno dice una frase corta, ridono tutti, e tu ridi mezzo secondo dopo.

Non è successo niente di scortese e nessuno ti ha escluso apposta, eppure qualcosa è successo. Nel giro di un anno quei mezzi secondi si sommano, ed è questo il motivo meno raccontato per cui un lavoro all'estero fallisce in silenzio.

La parola descrive un confine, non una persona

La legge italiana lo dice con tutta la secchezza di cui una legge è capace: il testo unico sull'immigrazione, il decreto legislativo 286/1998, stabilisce all'articolo 1 che le sue norme si applicano, salvo diversa disposizione, “ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi, di seguito indicati come stranieri”.

Rileggila, quella riga: non contiene una sola caratteristica della persona, contiene una sottrazione. Per giunta è una sottrazione che si sposta, perché per quella legge la collega francese seduta accanto a te a Milano non è straniera, mentre chi arriva da fuori dell'Unione lo è, a parità di accento e di scrivania. La legge tedesca sul soggiorno, l'Aufenthaltsgesetz, se la cava in mezza riga: straniero è chiunque non sia tedesco.

Le parole di tutti i giorni sono costruite allo stesso modo. Straniero arriva dal latino extraneus, “di fuori”, e dalla stessa radice vengono il francese étranger, lo spagnolo extranjero e il portoghese estrangeiro; il tedesco Ausländer nomina chi viene da fuori dei confini, mentre l'inglese foreigner risale a una parola che significava “fuori dalla porta”. Tutte tracciano una linea, nessuna dice che cosa una persona sia.

Adesso porta quella categoria dentro un ufficio e guarda come smette di funzionare. Alla macchina del caffè il tuo permesso di soggiorno non lo vede nessuno; dalla scrivania accanto il tuo status amministrativo è invisibile e non pesa su quasi niente di quello che succede in una giornata.

La frase che hai appena detto, invece, la sentono tutti.

Dentro un'azienda, quindi, non vale la definizione giuridica, ne vale un'altra: straniero è chi non capisco senza sforzo. E su questa puoi intervenire.

I colleghi sentono la fatica e la scambiano per dubbio

Le cose facili da cogliere piacciono di più: lo si è dimostrato decine di volte, su immagini, su parole, su suoni. La facilità con cui elaboriamo qualcosa finisce per essere messa in conto alla cosa stessa.

Con il parlato non va diversamente. In un esperimento alcune persone hanno ascoltato affermazioni di cultura generale lette ad alta voce, ora da madrelingua ora da parlanti con accento straniero, e hanno dovuto dire quanto le ritenevano vere. Le frasi erano state assegnate, quindi né la competenza né l'onestà di chi leggeva erano in gioco. Alle voci con accento si è creduto di meno.

A un secondo gruppo, invece, si è detto chiaramente di che cosa si occupava lo studio. Chi era stato avvertito ha corretto per intero l'effetto di un accento leggero; su un accento marcato non ci è riuscito.

Il risultato va letto due volte, perché decide il modo in cui interpreterai il tuo primo anno. L'effetto compare anche in chi si sta sforzando di essere imparziale: la fatica di chi ascolta somiglia al dubbio, e il dubbio finisce sul conto di chi parla invece che su quello della difficoltà.

Accanto a questo c'è qualcosa di ancora più banale. Nelle conversazioni che attraversano un confine di lingua le persone si portano dietro un timore piccolo e preciso: fare brutta figura, essere fraintese, dire la cosa sbagliata. Il modo meno faticoso di togliersi quella sensazione è evitare la conversazione, e dietro il collega cordialissimo in ascensore che non attacca mai un discorso più lungo di trenta secondi c'è spesso esattamente questo.

Per restare fuori non serve che qualcuno ti escluda

Su questo la ricerca condotta dentro le aziende è abbastanza precisa da poterla citare in una riunione di direzione.

Un'azienda francese che aveva adottato l'inglese come lingua di lavoro è stata studiata a cose fatte: i non madrelingua avevano perso considerazione a prescindere dal loro livello reale di inglese. A prevedere l'ansia non era la competenza misurata, era quella percepita; e non in modo lineare: chi si collocava a metà strada stava peggio di chi si giudicava scarso.

Tienilo a portata di mano, questo risultato. Se dopo diciotto mesi ti senti peggio di come ti sentivi dopo tre, sei nel punto più affollato della curva, non stai tornando indietro.

Un altro studio ha seguito squadre di sviluppo software sparse fra più paesi. Le differenze di padronanza aprivano una crepa nel gruppo, ma la crepa faceva danni soltanto dove era già in corso una partita su chi comanda: la lingua era il parafulmine, non il temporale.

Un terzo studio ha dato un nome alla scena vicino alla finestra: restare fuori soltanto per via della lingua in cui si sta parlando, senza che nessuno voglia niente di male. Un'esclusione del genere porta le persone a staccarsi in silenzio dall'azienda, e dal distacco arrivano meno gesti di aiuto verso i colleghi e più attriti. L'effetto è più forte in chi si sente già poco sicuro nei rapporti con gli altri.

Guarda l'ordine dei fatti, perché è così che una carriera si ferma senza che nessuno abbia deciso niente. Qualcuno resta fuori per caso e si ritira; il ritiro viene poi letto come atteggiamento, o come scarsa affinità con il gruppo, da persone che non l'hanno mai collegato al giovedì vicino alla finestra.

C'è anche un motivo strutturale per cui qui la lingua conta più dell'organigramma. Il sapere ufficiale di un'azienda vive davvero nella lingua ufficiale: il manuale, le slide, il gestionale dei ticket. Il sapere che serve, no. Chi decide davvero, quale scadenza è vera, di che cosa parlava la battuta al daily, a chi rivolgersi quando la procedura si inceppa: tutto questo vive nelle conversazioni di corridoio, nella lingua che il corridoio parla in quel momento.

A sciogliere la diffidenza non sono le informazioni, è il contatto di tutti i giorni

Se il disagio dipendesse da differenze profonde e immutabili non ci sarebbe niente da fare. La più ampia mole di prove raccolta dalla psicologia sociale dice il contrario.

Metti insieme 515 studi condotti in 38 paesi su un quarto di milione di persone: dove c'è contatto fra gruppi il pregiudizio è più basso. Nel singolo rapporto l'effetto è modesto, ma da una situazione all'altra resta di una costanza impressionante.

La domanda utile viene dopo: come agisce, il contatto? Sono stati messi alla prova tre meccanismi. Il più forte, di gran lunga, è il calo dell'ansia; al secondo posto viene la capacità di vedere le cose con gli occhi dell'altro; le informazioni sull'altro gruppo arrivano ultime, e staccate di parecchio.

Vale la pena fermarsi un attimo, perché è il rovescio di quello che si dà per scontato. A far finire la diffidenza non sono le informazioni sugli stranieri, ma l'interazione ordinaria, ripetuta abbastanza perché interagire smetta di sembrare un rischio. E per chi lavora l'interazione ordinaria è fatta quasi soltanto di conversazioni.

Lo stesso schema torna su scala nazionale in Germania: nei distretti con più residenti appartenenti a minoranze il pregiudizio nella popolazione di maggioranza era più basso, e a spiegarlo era il contatto, non la percezione di una minaccia. Più vicini di casa volevano dire più conversazioni, e più conversazioni volevano dire meno paura.

In busta paga pesa più di quanto si creda

Il dato più pulito arriva dalla Svizzera. I rifugiati vengono assegnati ai cantoni senza tenere conto di dove vorrebbero andare, e il paese ha un confine netto fra la regione di lingua tedesca e quella di lingua francese. Che una persona appena arrivata parlasse già la lingua del posto era quindi deciso dal caso: la cosa più vicina a un esperimento controllato che la vita reale sappia produrre. Parlare la lingua del posto ha più che raddoppiato la quota di persone al lavoro nei primi cinque anni.

Le indagini britanniche vanno nella stessa direzione: con una buona padronanza della lingua il tasso di occupazione risultava più alto dai quindici ai diciassette punti percentuali, e i redditi superiori di circa un quinto. Il dato sull'occupazione è solido; quello sui redditi traballa appena si tiene conto di quanto sia grossolana la misura della competenza linguistica, quindi prendilo come una direzione e non come una promessa.

Uno studio olandese ha poi seguito gli stessi 1.800 immigrati per diversi anni e ha scoperto che la lingua non si limitava ad accompagnarsi alle amicizie locali: prevedeva la crescita dei contatti nel tempo.

Metti i pezzi in fila e non ti ritrovi con un elenco, ma con un circolo. La lingua rende possibile il contatto; il contatto abbassa l'ansia da entrambe le parti; meno ansia vuol dire più contatto, e più contatto vuol dire più lingua. Il circolo gira con la stessa facilità anche al contrario, ed è esattamente quello che si vede da dentro quando un primo anno all'estero non si mette in moto.

Quindi impara la lingua, ma puntala sul bersaglio giusto

Non perché tu debba a qualcuno la prova di meritare quel posto, ma perché è l'unica leva del sistema che dipende da te e agisce su tutti i pezzi insieme.

Cinque cose da sapere prima di cominciare.

1. Non stai imparando “la lingua”, stai imparando la versione che ne usa la tua azienda. Un lessico di lavoro è ristretto, denso e ripetuto all'infinito: i processi della tua squadra, i termini del tuo settore, le venti formule che aprono e chiudono una riunione, le tre parole che il tuo capo usa quando una cosa è davvero urgente. Questo lessico non lo insegna nessun corso, perché appartiene al tuo datore di lavoro e non alla lingua.

2. Punta al pranzo, non alla relazione scritta. Una relazione si risolve con un dizionario e un po' di tempo; le chiacchiere, le interruzioni, le battute e le lamentele sul tempo no, ed è lì che passa l'informazione sociale. Sono anche le cose che le app allenano di meno, e su questo c'è perché in tanti falliscono imparando le lingue con un'app.

3. Allena il richiamo attivo, non il riconoscimento. Capire una parola quando la dice un collega e tirarla fuori tu due secondi dopo sono due capacità diverse, e solo la seconda ti fa entrare nel gruppo vicino alla finestra.

4. Parla prima di sentirti all'altezza. L'ansia va in due direzioni e da tutte e due le parti cala con il contatto ordinario ripetuto. Aspettare che la grammatica sia presentabile rimanda proprio l'unica cosa che fa passare l'ansia.

5. Aspettati che la fase di mezzo sia peggio dell'inizio. All'inizio ti perdonano tutto; a metà capisci abbastanza da accorgerti con precisione di quello che ti sfugge. È progresso travestito da regresso, ed è il punto in cui quasi tutti mollano.

Anche la squadra ha una leva, e le costa meno della tua

Sarebbe disonesto scaricare tutto su chi arriva. Una squadra può abbassare la stessa soglia a costo quasi zero: tornare alla lingua comune quando qualcuno si avvicina, dire nella lingua di tutti anche la battuta finale, riassumere in una frase gli ultimi due minuti invece di rispondere “niente di importante”. Aiuta anche solo dire ad alta voce che l'effetto esiste, perché le persone lo correggono una volta che sanno che c'è. La paura è un problema a due, e la leva ce l'hanno tutte e due le parti.

Dove entriamo noi, e dove non entriamo

Vokabulo serve al primo di quei cinque punti. Le parole arrivano dalla tua settimana e non da un programma: il termine che la tua squadra ripete al daily, la formula dell'avviso della RSU in bacheca che hai capito a metà, la frase sentita a pranzo a cui hai risposto con un cenno. Li salvi con il contesto in cui li hai incontrati, la ripetizione spaziata te li riporta davanti prima che spariscano, le risposte le digiti invece di sceglierle da un elenco, e le indicazioni d'uso ti dicono se un'espressione va nel messaggio a un collega o nella mail a un cliente.

È un compito piccolo, e lo è di proposito. Vokabulo non allena l'orecchio su quattro persone che parlano una sopra l'altra vicino alla finestra, non ti fa invitare a pranzo e non può convincere la tua squadra a cambiare lingua: per quello servono contatto, un po' di coraggio e un collega che se ne accorga. Può però fare in modo che il lessico del tuo lavoro smetta di essere il motivo per cui quel giovedì non hai aperto bocca.

La parola “straniero”, in ogni lingua che ne ha una, dice quello che una persona non è. La lingua è la parte di quella definizione che puoi cambiare da dentro, e cambia più dello stipendio.

Sulle parole vere e proprie, vedi il lessico tedesco del lavoro e che cosa succede in una riunione del Betriebsrat, cioè del consiglio aziendale, e le formule tedesche per email che suonano professionali; sul livello in cui tutti i nodi vengono al pettine, superare il plateau intermedio.

Fonti

  • Articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 286/1998 (testo unico sull'immigrazione), Italia.
  • § 2 Abs. 1 Aufenthaltsgesetz (AufenthG), Germany.
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